TERAPIA COGNITIVA o TERAPIA COGNITIVO-COMPORTAMENTALE


     La terapia cognitiva si basa sul concetto che, attraverso le esperienze che facciamo a partire dall’infanzia e via via nel corso della vita, ci formiamo delle convinzioni soggettive (cognizioni) che condizionano il nostro modo di "percepire", di "capire" gli avvenimenti, di "interpretarli", e che condizionano di conseguenza le nostre azioni ed il nostro comportamento.

     Alcune di queste convinzioni, le cosiddette "distorsioni cognitive", sono convinzioni inadeguate che influenzano negativamente il nostro modo di sentire e di comportarci. Queste distorsioni cognitive sono responsabili delle forti e persistenti emozioni negative, che sono i sintomi del disturbo psichico. La terapia cognitiva si propone di individuare queste distorsioni cognitive e di correggerle e di integrarle con altri pensieri più oggettivi, o comunque più funzionali al benessere della persona.

     Si parla anche di terapia cognitivo-comportamentale perché questa terapia cerca anche di modificare il rapporto che esiste fra le situazioni che sono alla base delle difficoltà e le reazioni emotive e comportamentali che il soggetto ha in quelle circostanze, attraverso l’apprendimento di modalità di reazione nuove e positive.

     Si tratta di una psicoterapia breve (15-20 sedute) focalizzata sui problemi attuali e senza affrontare l’interpretazione dei fattori inconsci. Il terapeuta deve insegnare al paziente

  • a riconoscere i propri pensieri automatici negativi (cioè le cognizioni)

  • a riconoscere i rapporti tra le cognizioni le emozioni ed il comportamento

  • a riconoscere le distorsioni cognitive

  • ad esaminare i vantaggi e gli svantaggi del pensiero automatico

  • a sostituire i pensieri automatici con cognizioni più realistiche

  • ad imparare a identificare e modificare le cognizioni disfunzionali che lo portano a distorcere le esperienze.

     Le distorsioni cognitive più comuni sono:

  • Il pensiero dicotomico (o tutto o nulla): una situazione o è un successo oppure è un fallimento, non esistono gradi intermedi, se una situazione non è perfetta è un completo fallimento (ad esempio, "Poiché la terapia cognitiva non risolverà tutti i miei problemi, perché dovrei farla?").

  • L’ipergeneralizzazione, il fare, come si dice, "di tutt’erba un fascio", un evento negativo non è semplicemente qualcosa che in quella circostanza è andata male, ma è la prova che la vita è fatta solo di eventi negativi.

  • L’astrazione selettiva (o filtro mentale) , cioè il puntare l’attenzione su di un solo aspetto (negativo) di una situazione ignorando tutto il resto (positivo) (ad esempio, il professore loda l’elaborato e suggerisce alcune modifiche marginali e questo viene vissuto come un giudizio negativo su tutto il lavoro senza tener conto dei giudizi positivi).

  • Il minimizzare i lati positivi: le cose positive sono in contrasto con la visione negativa e vengono perciò minimizzate, attribuite al caso o all’educazione, alla gentilezza degli altri ("era una cosa secondaria ... per una volta ho avuto fortuna ... lo dicono per educazione, perché certe cose non si dicono in faccia ...").

  • L’inferenza arbitraria, il saltare, cioè, alle conclusioni partendo da premesse che in realtà non giustificano tali conclusioni. Ad esempio, se il soggetto vede un conoscente che attraversa la strada prima di incrociarlo, penserà "Non ha voluto incontrarmi".

  • La catastrofizzazione: il giudicare gli eventi negativi come intollerabili catastrofi, una brutta figura viene vissuta come una cosa terribile, un’umiliazione intollerabile.

  • Il ragionamento emotivo, il considerare, cioè, le reazioni emotive come prova di qualcosa ("Mi sento spaventato, questo vuol dire che la situazione è veramente pericolosa").

  • La doverizzazione: il giudicare se stessi e gli altri sulla base di ciò che uno "dovrebbe" comportarsi o sentire ("Se è un amico, deve stimarmi, perché bisogna stimare gli amici").

  • L’etichettamento: il definire le cose con un’etichetta globale invece che facendo riferimento a cose specifiche, come ritenersi "un fallimento" piuttosto che ammettere di essere incapaci di fare una cosa specifica.

  • La personalizzazione, il ritenere se stessi responsabili di qualcosa di cui, in realtà, sono soprattutto responsabili altre persone o altri fattori.

     Il terapista deve aiutare il paziente a identificare il problema che egli ritiene più importante e su questo lavorerà cercando di stabilire il rapporto tra gli eventi vitali ed i disturbi del soggetto e le distorsioni cognitive che legano i disturbi agli eventi.

     Il primo passo è quello di "deglobalizzare" i giudizi, di indurre, cioè, il paziente a valutare le cose per quelle che sono senza generalizzare: se una persona commette un errore, non significa che "è una persona sbagliata", se una persona sbaglia non tutte le persone sbagliano ("lui non mi ama = nessuno mi ama").

     Il secondo passo consiste nel prendere in esame un assunto disfunzionale (ad esempio, "valgo se ho successo, se sono rispettato o se sono amato"), criticarlo, confrontarsi con l’asserzione contraria (che si può valere anche se si commettono degli errori perché gli esseri umani sono fallibili) e programmare esercizi nei quali entrano in gioco sia la convinzione disfunzionale che quella alternativa. Questo procedimento deve essere utilizzato per ogni problema e che dovrà essere affrontato attivando sia i processi cognitivi (inferenze, valutazioni, assunzioni disfunzionali ...) sia le procedure comportamentali (controllo, ripetizioni di azioni specifiche, verifica empirica ...).

TERAPIE
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FARMACI PSICHIATRICI

by F.Mengali 2004