I FARMACI PSICHIATRICI (o PSICOFARMACI)


     I farmaci per il trattamento dei disturbi psichici, o psicofarmaci, vengono tradizionalmente raggruppati in quattro classi: gli ansiolitici-ipnotici, gli antidepressivi, gli antipsicotici (o neurolettici) e gli stabilizzanti dell’umore. I composti che costituiscono ciascuna classe possono avere caratteristiche farmacologiche diverse.

     A queste quattro classi, ne possiamo aggiungere una quinta che comprende quelle sostanze, comunemente chiamate "droghe", che agiscono sul SNC ma che non hanno alcun ruolo terapeutico e che non possono essere incluse, perciò, tra i farmaci psichiatrici. Queste sostanze vengono comunemente indicate come psicodislettici e comprendono gli psicostimolanti (amfetamina, cocaina, ecc.), gli oppiacei (eroina, morfina, ecc.), gli allucinogeni (LSD, ecstasy) ed i cannabinoidi (marijuana, hashish, ecc.): gli psicodislettici provocano gravi alterazioni delle principali funzioni psichiche (ideazione, senso-percezioni, umore, affettività), sono spesso responsabili di comportamenti antisociali, e possono indurre condizioni di abuso e dipendenza.

     Gli psicofarmaci non devono essere in alcun modo confusi con gli psicodislettici poiché, a differenza di questi, non modificano in alcun modo la personalità di base o il carattere di una persona, non modificano lo stato di coscienza o la cognitività, non provocano dispercezioni o alterazioni abnormi del pensiero o dell’umore, mentre sono in grado di correggere (fino a normalizzare) le alterazioni patologiche delle funzioni psichiche.

     Gli psicofarmaci sono in grado di curare o di attenuare i sintomi di molti disturbi psichici agendo su quelle sostanze chimiche, i neurotrasmettitori o neuromediatori, che assicurano la trasmissione dell’impulso nervoso da un neurone all’altro (neurotrasmissione): la serotonina, la noradrenalina, la dopamina, il GABA, i neuropeptidi, l’acetilcolina, il glutammato, ecc. L’effetto terapeutico degli psicofarmaci si esplica potenziando, riducendo o modulando in qualche modo l’attività dei diversi neuromediatori in aree del SNC diverse in rapporto al tipo dello specifico psicofarmaco.

     Gli psicofarmaci non curano le "cause" dei disturbi psichici (che, peraltro, non conosciamo), ma alleviano e/o controllano i sintomi psicopatologici (umore depresso, ansia, insonnia, deliri, allucinazioni, agitazione psicomotoria, ecc.) e, al tempo stesso, migliorano il quadro psicopatologico che caratterizza la specifica malattia psichica.

     Alcuni psicofarmaci (come i sali di litio, la carbamazepina, il valproato, la lamotrigina, ecc.) sono in grado di prevenire (o di attenuare) la ricorrenza dei disturbi dell’umore ed in particolare del disturbo bipolare, e sono definiti "stabilizzanti dell’umore"

      Lo studio dei meccanismi con cui gli psicofarmaci agiscono a livello del SNC, ha consentito di formulare importanti ipotesi biologiche sull’eziopatogenesi dei disturbi psichici ed in particolare della depressione e della schizofrenia.

     Anche se gli psicofarmaci non sono, in senso stretto, "curativi", la loro efficacia ed utilità nel trattamento dei disturbi psichici è fuori discussione. Grazie a questi farmaci siamo in grado, oggi, di controllare la patologia psichica sia nella fase acuta, sia nella fase di mantenimento e di stabilizzazione. Poiché la loro azione si esplica sulla componente più strettamente biologica della malattia, non sempre l’intervento è risolutivo ed in certi casi può essere utile e/o necessario affiancare alla farmacoterapia un trattamento di tipo psicologico, psicoeducativo o riabilitativo. È perciò necessario che la strategia terapeutica sia sempre personalizzata tenendo conto del tipo e della gravità del disturbo del singolo paziente ed articolandola in base all’ipotesi etiopatogenetica formulata ed alla risposta ai trattamenti.

     L’azione specifica degli psicofarmaci si esplica a livello del SNC e specificamente a livello delle sinapsi, là dove, cioè, avviene la trasmissione dell’impulso nervoso. I neuromediatori su cui gli psicofarmaci esercitano la loro azione non sono localizzati soltanto nel SNC ma sono presenti anche in altre cellule dell’organismo ed il farmaco, che una volta assorbito entra in circolo e si distribuisce in tutto l’organismo, agisce, perciò, non solo sui recettori del SNC, ma anche su quelli che si trovano in altri organi ed apparati e questo può essere responsabile di effetti collaterali. È per questo che la ricerca psicofarmacologica è oggi orientata all’individuazione di sostanze che abbiano un’alta affinità per le strutture cerebrali che sono alla base del disturbo psichico e che non agiscano su altri organi ed apparati in modo da limitare o eliminare gli effetti indesiderati.

     La prescrizione degli psicofarmaci è un atto squisitamente medico. In teoria tutti i medici possono prescrivere psicofarmaci, in pratica il medico generale utilizza prevalentemente gli ansiolitici-ipnotici (talora con eccessiva disinvoltura e generosità), in qualche misura gli antidepressivi (il più delle volte mantenendosi su dosi medio-basse, spesso inefficaci o scarsamente efficaci, anche se la situazione è molto migliorata con l’avvento degli antidepressivi di seconda generazione, che sono dotati di maggiore maneggevolezza e tollerabilità), quasi per niente i neurolettici e gli stabilizzanti dell’umore il cui impiego è di specifica competenza psichiatrica perché il loro impiego richiede sia un preciso inquadramento diagnostico, sia un’adeguata valutazione del rapporto costi/benefici essendo farmaci con maggiori effetti indesiderati. Nelle forme meno gravi dei disturbi depressivi ed ansiosi ci si può, dunque, affidare al medico generale, nelle forme più gravi e negli altri disturbi psichiatrici è necessaria almeno la supervisione dello psichiatra.

     Gli psicofarmaci, per essere efficaci, devono essere assunti alla "dose terapeutica ottimale", alla dose, cioè, che è in grado di garantire il miglior equilibrio tra effetto terapeutico e tollerabilità. Questa dose deve essere ricercata per ciascun paziente nell’ambito del range posologico previsto per ciascun farmaco. Se si escludono i casi di estrema acuzie e gravità, nei quali è importante ottenere effetti terapeutici nel più breve tempo possibile (ed il ruolo degli effetti collaterali è perciò secondario), nella patologia psichica di più comune osservazione è opportuno iniziare il trattamento con bassi dosaggi aumentandoli gradualmente fino a raggiungere (nel giro di 10-15 giorni) la dose terapeutica ottimale (la cosiddetta titolazione). Questo implica, di conseguenza, la necessità di un monitoraggio abbastanza regolare del paziente nelle prime settimane di trattamento.

     Fatta eccezione per gli I-MAO, per i quali ci sono delle indicazioni dietetiche da seguire strettamente, durante il trattamento con psicofarmaci non ci sono particolari precauzioni dietetiche da seguire, se si esclude la necesstità di non assumere alcolici per il rischio di sommazione degli effetti con conseguenze che potrebbero essere anche di una certa gravità.


TERAPIE
ANTIDEPRESSIVI
ANTIDEPRESSIVI ATIPICI
ANTIDEPRESSIVI TRICICLICI
ANTIPARKINSONIANI
ANTIPSICOTICI O NEUROLETTICI
BENZODIAZEPINE
ANSIOLITICI NON BENZODIAZEPINICI
FOTOTERAPIA (O LIGHT THERAPY)
INIBITORI DELLE MONOAMINOOSSIDASI
NORADRENALIN REUPTAKE INHIBITORS
NORADRENERGIC AND SPECIFIC SEROTONINERGIC ANTIDEPRESSANTS
SEROTONIN SELECTIVE REUPTAKE INHIBITORS
SEROTONIN-NORADRENALIN REUPTAKE INHIBITORS
SINDROME MALIGNA DA NEUROLETTICI
STABILIZZANTI DELL'UMORE
STIMOLAZIONE DEL NERVO VAGO
STIMOLAZIONE MAGNETICA TRANSCRANICA (SMT)
TERAPIA COGNITIVA O TERAPIA COGNITIVO-COMPORTAMENTALE
TERAPIA ELETTROCONVULSIVANTE (TEC)
TERAPIA INTERPERSONALE (IPT)
FARMACI PSICHIATRICI

by F.Mengali 2004